Cioran, ovvero un naufrago non disperato nel mare del nulla

by Administrator 11. novembre 2017 10:36

Studiosi da tutta l’Europa in Facoltà teologica a Capodimonte e pubblico delle grandi occasioni per riflettere su Emile Cioran (15 e 16 novembre, Viale Colli Aminei, 2, dalle ore 9 alle 13). “Cioran, ovvero un naufrago non disperato nel mare del nulla”, ha detto il prof. Pasquale Giustiniani, direttore scientifico del Convegno insieme con Antonio Di Gennaro, che in Italia ha curato diverse edizioni di scritti cioraniani. Ecco l’interrogativo di fondo del Convegno internazionale, che riprende testi dell’intelletuale Cioran (1911-1995): come essere un mistico e, insieme, non credere in nulla? Si può avere come ideale l’isolamento e, insieme, non sentirsi portati per l’isolamento? 

Certamente sì, per chi, come il pensatore rumeno, poi naturalizzato francese, vive e teorizza la contraddizione come dinamismo esistenziale. Difatti, si può vivere ancora, pur non escludendo l’ipotesi del suicidio, restando per esempio ai margini della vita, conducendo, per così dire, i propri giorni parallelamente alla vita. Vivere come in una esistenza parallela, anche mediante lo scrivere. Ma non perché ci si apra all’ipotesi di un Creatore o di un Dio. Anzi, non accettare mai “di vivere a rimorchio di Dio”. Scrivere e pubblicare, piuttosto, per condurre quest’esistenza parallela alla vita, anche dal punto di vista dei contenuti che, forse, non sono, come a volte sembrano, del tutto deprimenti. 

In questo senso, si potrebbe strappare, forse, a Cioran – di qui l’interesse della Facoltà teologica - “un lato cristiano totalmente diverso, che nello stesso cristianesimo è tuttavia seppellito, dimenticato, occultato: l’inazione, la santità del non-fare… ‘rinuncia’, questa soppressione dell’umanità attraverso il rifiuto della procreazione”. Insomma, ci viene dato di assistere ai lampi di un’ancora latente, in Cioran, “teologia da figlio di prete” ortodosso; quella stessa di un nuovo Giobbe biblico, che non si lamenta e non piange, anzi gioisce, pur dovendo continuamente difendersi da sé. Cioran può affermare, infatti: “Non v’è che un uomo contro il quale io debbo difendermi sempre: me stesso”. In questa auto-difesa da se stesso, può accadere anche una sorta di “regolamento di conti” tra sé e Dio, che fa navigare questo finissimo intellettuale e letterato (“forse a livello di Dostoevskji” afferma Silvio Mastrocola, docente di Letteratura religiosa alla Facoltà teologica) tra scetticismo e poesia, oppure come dice Cioran stesso, “tra l’epicureismo e lo stoicismo”, senza mai optare, ma restando il più possibile fedeli a entrambi. Quasi “la solitudine dell’unico”, come ha intitolato il suo intervento il filosofo Aldo Masullo. E insieme, la “noia in Dio”, come ricorda il titolo della relazione di Giovanni Rotiroti.

Lo stesso editore di Oeuvres (Cavalliès, editore di tutti gli scritti francesi di Cioran, invitato al Convegno napoletano) nota, perciò, come gli scritti francesi – venuti fuori come una sfida dopo ben cinque libri scritti in rumeno - debbano adesso procedere per geometrie francofone, ovvero come per bilanciamenti e contro-bilanciamenti, o anche, per usare una metafora musicale, come variazioni sul tema. Queste variazioni saranno inseguite e seguite, il 15 e 16 novembre a Capodimonte, da Mattia Luigi Pozzi, Paolo vanini, Francesca Marino, Giuseppe Ferraro, Massimo Carloni, Pablo Javier Pérez Lòpez, Horia Cornelia Cicortaş. Così, Syllogismes de l’amertume (1952) inizia laddove Précis de décomposition (1949) concludeva un vero e proprio regolamento di conti di Cioran con Dio, l’umanità e se stesso. A sua volta, La Tentation d’exister (1956), rispetto alla parodia cinica dello scritto precedente, “si apre… all’esposizione decisiva del Metodo, ‘Pensare contro se stesso’, prima d’incrociare nuovi sviluppi sulla storia e sulla letteratura, su Lutero e i giudei, e, ancora e sempre, sullo strano fascio di rivelazioni e di dubbi, di vertigine e di agonie, chiamato esistenza”. In La Tentations d’exister c’è uno scritto, intitolato Rages et Résignations, che precede a sua volta un breve saggio, il quale dà il titolo all’intero volume e che, pur venendo dopo, può rappresentare come la preparazione alla vera e propria galleria di personaggi religiosi, che comparivano in Rages et Résignations. Tra coloro che passano di sì in sì, e coloro che teorizzano la negazione, chi – come suggeriscono i teologi – abbia davvero pazienza e modestia, potrebbe, dunque, anche avere il tempo di sperare, cioè di non forzare la propria natura, di non pronunciare il grande sì. Un sì che, tuttavia, non è altro che un grande sì alla morte. Ma tutto ciò per consentire all’indimostrabile, ovvero all’idea che qualcosa esiste, di accadere in noi, in quanto, pur essendo il Nulla (cioè il dissolversi nell’Essere) assai più comodo, bisogna comunque imparare “a pensare contro i nostri dubbi e contro le nostre certezze, contro i nostri umori onniscienti, soprattutto forgiandoci un’altra morte, una morte incompatibile con le nostre carogne”, ovvero “consentire all’indimostrabile, all’idea che qualche cosa esiste”. 

Della morte bisogna aver paura, insomma, ma non farne mai un universo chiuso. Chi si documenta sulla morte, infatti, non ha più vantaggi a leggere un trattato di biologia che un catechismo. A Cioran – come scrive, “per quanto mi concerne” – appare indifferente che ci si dedichi alla morte a seguito del peccato originale o a seguito della disidratazione cellulare: la morte, infatti, appartiene a un sapere che non è “conoscenza”. Bisogna, tuttavia, trarne comunque un beneficio, un aiuto da questa possibilità di non esserci più, che è la morte (morte come possibilità di non esserci), in maniera da non ridursi mai a fantocci: “Esistere” è anche – ecco la tentazione di tutto il saggio su questa tentazione d’esistere – “mettere a profitto la nostra parte di irrealtà, è vibrare al contatto del vuoto che esiste in noi”. Compimento piuttosto che abisso, la morte, peraltro, si configura con dinamiche simili all’amore. Per essa, infatti, ci si disintegra e ci si fortifica. 

È a questo punto che, nell’ordito concettuale di Cioran, possono perfino comparire i mistici delle tradizioni religiose. Essi stessi, infatti, “si servono di sotterfugi, praticano l’evasione e una tattica di fuga: la morte non è per loro che un ostacolo per liberarsi, una barriera che li separa da Dio, un ultimo no nella durata”1. Teresa d’Avila aspira, così, a raggiungere il suo Creatore, ma sa che ciò sarà reso possibile soltanto dalla morte, per cui, non potendo suicidarsi, muore dal desiderio di morire. Ma rifarsi alla storia, anche alla storia della mistica, non garantisce di penetrare il carattere originale della morte, “la storia non essendo altro che un modo inessenziale di esistere, la forma la più efficace della nostra infedeltà noi stessi, un rifiuto metafisico, una massa di avvenimenti che noi opponiamo all’unico evento che importa”.


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L'immigrazione come cura della sterilità italiana

by Administrator 12. maggio 2015 06:47
In Italia sono circa 10.000 i bambini nati in provetta, nel 2005 erano poco meno di 4.000. Negli ultimi 7 anni il numero di bambini nati con la procreazione assistita si è incrementato del 170% secondo una ricerca del Censis. 55.000 sono il numero di coppie sterili od infertili che hanno chiesto di essere aiutate nel solo 2012 e di queste, solamente il 20% arriva a coronare il sogno di cullare un bimbo. La caduta verticale della fertilità in Italia è dovuta essenzialmente al rinvio sempre più in età matura della decisione di diventare genitori assecondato se non favorito dai progressi della tecnica. Il fenomeno potrebbe assumere i caratteri di una vera e propria patologia ci dicono i medici, sintomo di una popolazione che stenta a continuare la propria specie. In quest'ottica, la mescolanza di sangui con altre etnie dunque, si profila come una "cura", un rimedio per superare la patologia in atto. Sotto il profilo morale e della Fede infatti, il ricorso alla procreazione assistita è un artificio da non praticare all'interno di una coppia che intende ispirarsi alla Fede Cristiana.

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