letture

Un recente volume della facoltà teologica: Saggezza dell’educazione

Con la cura scientifica di Gaetano Di Palma, ha appena visto la luce il volume Una saggia educazione, Edizioni Verbum Ferens-Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Napoli 2011 (rif. Dott. Ferrara: 0817410000), al quale ho collaborato anch’io con un mio saggio.
Nel presentare il Rapporto-proposta sull’educazione, curato dal Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, il card. C. Ruini lamenta, tra l’altro, come oggi appaiano «ridotte e precarie le possibilità di un’autentica formazione della persona». A fronte di queste difficoltà, egli rilancia «un decisivo principio antropologico: quello per cui abbiamo bisogno di educazione, non tanto per essere buoni cittadini o buoni cattolici, ma semplicemente per essere uomini». Sulla medesima linea che correla educazione e persona, gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, promulgati il 4 ottobre 2010, ribadiscono che, nell’arte delicata e sublime dell’educazione la quale, secondo i Vescovi, costituirà la principale questione del secondo decennio del Duemila, «la proposta educativa della comunità cristiana, che intende educare e formare alla vita buona del vangelo, ha come «obiettivo fondamentale» quello di «promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino».
Una rinnovata riflessione sulla persona umana e sulle sue dimensioni fondamentali a partire dalla soggettività e dalla relazionalità, dunque, appare molto utile sia sul piano speculativo che su quello pratico e pastorale. Ma il fine di una rinnovata stagione del “principio antropologico personalistico” esige di per sé una rinnovata riflessione che dovrebbe trovare nella “filosofia cristiana” il suo luogo di coltura. Del resto, ancora la persona appare al centro delle disamine sociali prodotte sulla scia della Caritas in veritate di Benedetto XVI, prima enciclica del nuovo millennio. Realizzare verità e carità in riferimento all’essere umano integralmente inteso, osserva in proposito il cardinale D. Tettamanzi nel libro-resoconto dei Seminari preparatori alla XLVI Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), significa riferirsi «all’uomo in quanto persona, cioè letteralmente “sguardo verso” l’altro, la cui relazionalità compete in modo costitutivo, non accessorio o estrinseco». Anzi, poiché su questa terra soltanto l’essere umano è persona, anche ogni modello di sviluppo non ne potrà fare a meno. Difatti, nell’attuale peculiare stagione di crisi, esplosa nell’autunno del 2008, caratterizzata dalla globalizzazione, dalla crisi del mercato che non basta più a se stesso, dallo «squilibrio strutturale che è andato consolidandosi negli ultimi anni fra la sfera reale e la sfera finanziaria dell’economia mondiale», dall’attesa di un futuro prossimo qualificato da insicurezza e ansia, se si vorranno scongiurare nuove crisi finanziarie, modificare le politiche del lavoro, certamente non si potrà più ridurre tutto al solo homo oeconomicus. Di qui, anche sul piano sociale ed economico e non soltanto formativo ed educativo, la riscoperta della persona quale nuovo centro dell’antropologia e della questione sociale, economica, finanziaria e politica, per chiunque voglia condurre l’Occidente al di là della merce e del lavoro. A partire dalla persona si darà, quindi, un rinnovato processo di educazione anche su questo livello socio-economico, che potrebbe conferire senso alle cose sociali ed alla biosfera, in vista di «un’ecologia urbana che comprenda la riduzione delle emissioni, l’esercizio di stili di vita e comportamenti ecologici, la conciliazione nell’organizzazione dei tempi del lavoro e della famiglia, un’ecologia dell’utilizzo dei beni e delle strutture. E, in primo luogo, un’ecologia delle relazioni».
In sostanza, il dibattito intra-ecclesiale, proprio perché constata una situazione definita, con gergo preoccupato, di “emergenza educativa”, assume la necessità di nuove vie dell’istruzione, della formazione, dell’economia e dell’educazione, purché centrate tutte sulla persona, di cui si dicono in maniera rinnovata alcune dimensioni, quali la relazionalità e la prossimità, che molto desumono dalla prospettiva cristiana. Difatti, «l’educazione… è il primo veicolo per salvaguardare il patrimonio distintivo dei valori e dei saperi di una società, ma anche il suo patrimonio di conoscenze tecnologiche e di cultura di impresa». Tutto il generalizzato processo virtuoso che si vuole avviare andrebbe fatto ruotare, si ribadisce, attorno al pilastro della persona e dei suoi aggregati sociali, anche in controtendenza rispetto ad una modernità economica e politica che rappresenta invece la radice del «prevalere di una volontà di accumulare senza limiti prodotti finanziari» , la medesima che del denaro ha fatto un idolo e ha comportato l’eclisse dei valori morali, di fatto inducendo nelle terre opulente una crescita quantitativa prescindente da quella qualitativa.
Mentre, nel corso del trapasso al terzo millennio, questa maturazione non soltanto linguistica si può registrare nella società civile e nelle sue preoccupazioni educative, anche la comunità ecclesiale porta sulla medesima frontiera formativa ed educativa il proprio confronto con la modernità ultracontemporanea. Non a caso, nel Rapporto-proposta sulle tematiche educative, presentato dal Comitato per il progetto culturale della CEI, il cardinale Camillo Ruini prova a declinare i fattori di un disagio prevalentemente culturale registrabile nei processi educativi del nuovo millennio (cultura qui viene intesa nel senso di ciò che è in grado d’incidere su atteggiamenti esistenziali, desideri e progetti degli esseri umani in un certo contesto socio-storico), in verità più nel polmone occidentale che orientale della Chiesa. Egli lo ravvisa nella vera e propria configurazione problematica dell’attuale processo educativo, come sarebbe mostrato dall’andamento dei rapporti tra le generazioni, dalla crisi nella trasmissione dei modelli educativi, dalla ridotta e precaria possibilità di una formazione autentica della persona e delle sue strutture portanti (relazionalità, amore, conoscenza, libertà). Insomma, una situazione di vera e propria emergenza, stando anche ai dati empirici. Un’emergenza insieme culturale, antropologica ed etica, sotto la quale starebbe forse cedendo l’intera società dei consumi ma, soprattutto, si starebbe perdendo di vista il senso stesso della persona umana. Situazione, peraltro, presente non soltanto nella collettività, ma nella stessa comunità cristiana laddove, secondo questa preoccupata analisi, «vi è oggi un’emergenza educativa che si può cogliere attraverso qualche segnale abbastanza evidente». In dettaglio, tali segnali, tutti di tenore educativo, sarebbero i seguenti: crisi dell’educazione personale, diretta; incapacità di entrare in relazione comunicativa con la cultura dei più giovani; crisi delle vocazioni educative. Se un’emergenza, anzi una vera e propria tragedia ambientale, qual è stata per la regione Campania, negli anni di passaggio dal secondo al terzo millennio, quella dei rifiuti e del loro smaltimento, ri-uso e riqualificazione, ha richiesto e richiede ancora interventi di commissariamento, di emergenza e di urgenza, quanto più lo richiederebbe, quindi, questa fase di complessiva emergenza educativa, che fa assistere talvolta alla latitanza, che a volte diviene vera e propria abdicazione, da parte di coloro che, pure, dovrebbero essere gli educatori e formatori delle nuove generazioni, perfino in ambito ecclesiale? Come operare in controtendenza, per rendere manifesto il carattere generativo del processo educativo alla luce di una riscoperta antropologia relazionale, ovvero della dimensione relazionale della persona umana? 
Ecco maturarsi una chiara scelta di fondo della chiesa italiana del secondo decennio del Duemila, nonostante la crisi dei cosiddetti personalismi filosofici. Si tratta appunto della scelta della persona nel suo statuto onnidimensionale e relazionale. Come dicono gli esperti del Comitato per il progetto culturale della CEI, si parte di nuovo dalla convinzione che «il soggetto che è possibile generare nella relazione educativa è quello ritenuto dotato di una consistenza interiore e, quindi, di una capacità relazionale, che la grande tradizione culturale dell’Occidente ha chiamato persona». A chiunque si domandi da dove ricominciare nel governo dei processi educativi, la decisa risposta ecclesiale pare insomma quella di un ripristino della persona, anzi del soggetto-persona, di cui adesso si enfatizza l’aspetto relazionale piuttosto che ontologico, anche per segnalare la necessità di riscoperta di tale dimensione in un nuovo rilancio della relazione educativa, del reciproco sostegno in condizioni di precarietà e fragilità, in vista di un vero e proprio nuovo umanesimo.


Per gentile concessione del periodico «Studi storici e religiosi» (n. 12011)

Rerum novarum mater
di fronte alla modernità nell’orizzonte di Maria
(di Pasquale Giustiniani)

La Lettera enciclica di papa Benedetto XVI sulla speranza cristiana (30.11.2007)  desume la sua preoccupata domanda di partenza da una citazione di Rm 8,24: «Di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l'affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di quale tipo di certezza si tratta?» . Se c’è ancora speranza, siamo redenti: un’affermazione secca e perentoria che poggia la sua certezza, evidentemente di tipo fiduciale, su qualcosa o qualcuno, al punto che sulla base di essa diviene possibile trasformare il contesto ultramoderno, come mostrerebbe la vicenda primo cristianesimo. Tale certezza, nel proto-cristianesimo, osserva tuttavia in chiave storico-critica il Pontefice, aiutò a capovolgere la concezione del mondo precedente, come sarebbe auspicabile accadesse anche oggi: infatti, «è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi. Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell'evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona» . L’affinità tra i primi secoli cristiani e quelli attuali viene affermata, ma la certezza del riferimento è ben diversa: allora quella certezza aiutò a capovolgere una concezione cosmologica e teologica; oggi sarà mai possibile una prospettiva nuovissima nel contesto delle difficili res novae contemporanee?

La deriva individualistica e l’invocazione a Maria
Purtroppo, le rappresentazioni postmoderne della speranza non sembrano procedere in quella direzione protocristiana. Nelle cose nuove della modernità avanzata, in particolare, la speranza della salvezza risulta configurata, annota ancora il Pontefice, come una realtà soltanto privata e individuale, con la perdita del senso cristiano originario che era, invece, comunitario. Come ha potuto mai svilupparsi l'idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico, miri soltanto alla redenzione del singolo, si domanda Benedetto XVI, divenga addirittura ricerca egoistica di una salvezza che si rifiuta al servizio degli altri? Oggi il novum  della situazione contestuale sta appunto in questi deprecati esiti individualistici della modernità, che gli studiosi condensano nel processo che ha condotto all’omogeneizzazione del capitale a cui è seguita, come logica conseguenza, l’omogeneizzazione culturale, ovvero il trionfo del cosiddetto «pensiero unico capitalista», tendenzialmente individualista e inneggiante al self made man. Liberalization, mondialization and free market, sono, non a caso, i termini del nuovo verbo ultraliberista, che considera qualsiasi forma di comunitarismo, di solidarietà sociale e di assistenza sociale, come un vincolo alle imprese e, di conseguenza, allo sviluppo dell’imprenditorialità individuale. È una logica, questa, che vede nella competition l’elemento cardine del «fattore sviluppo», anzi teorizza il passaggio from welfare to work come necessario per un maggior benessere sociale e collettivo. L’idea che il mondo, essendo fatto di individui strutturati quasi in serie, pensi, agisca, consumi e muoia ovunque allo stesso modo, prim’ancora che l’effetto di una globalizzazione economica e finanziaria, appare un vero e proprio disegno di normalizzazione, probabilmente studiato a tavolino dagli intellettuali di un certo orientamento da sottoporre a critica, e messo in atto attraverso l’imposizione di modelli massificanti, proposti-imposti dai mezzi di comunicazione, ispirati al «mito americano» dell’individualismo ad oltranza. Non siamo soltanto di fronte ad icone sociologiche, ma a veri e propri «modelli» o paradigmi culturali, a cui, ci si dice, bisognerebbe di fatto tendere in nome del progresso ultramoderno. 
Si potrà mai uscire da questa situazione, se non proprio di pericolo per il cristianesimo, almeno di rischio, e con quali aiuti dall’alto? Non è un caso che papa Ratzinger, di fronte a questa quasi asfissia della speranza solidale, oltre a proporre le sue meditate analisi socio-culturali e teologiche, si rivolga esplicitamente a Maria, invocata come Madre della speranza affinché vegli sulla Chiesa posta in queste pericolose condizioni, e la renda sempre più “trasparente al Vangelo”, ossia la renda luogo dove crescano la comunione e l’unità, così che il volto di Cristo risplenda nel suo pieno fulgore per la pace e la gioia di tutti. Nel rileggere le vicende e gli esiti della modernità avanzata, il Magistero attuale guarda opportunamente, oltre che al Figlio di Dio fatto carne, anche a sua Madre, invocandola a volte sotto nuovi specifici titoli, o sotto antichi titoli rinnovati in riferimento alle nuove situazioni che si siano presentate, per esempio invocandola come Mater ecclesiae e Mater familiae o, come oggi accade, come Mater spei. 
Non è un fatto nuovo, se si guarda ad alcuni momenti storici della Chiesa, nei quali la percezione era di trovarsi come ad un bivio. In proposito, non tutti ricordano come il papa delle Rerum novarum, Leone XIII (1878-1903), trovandosi in analoghi contesti di trasformazione socio-culturale, additava esplicitamente alla cattolicità i titoli mariani di Ausiliatrice dei cristiani, Soccorritrice, Consolatrice, Arbitra delle guerre, Trionfatrice, Apportatrice di pace. Il papa del pensiero sociale e della transizione cristiana verso il moderno sociale e filosofico, si diceva, infatti, convinto della necessità d’invocare Maria a tutela dell’incolumità della Chiesa proprio quando essa risulti travagliata da particolari e gravi calamità. Maria diviene, insomma, il punto di riferimento nei periodi di radicali trasformazioni socio-culturali, di fronte alle quali la Chiesa si sente sollecitata a un ripensamento del proprio ruolo. Maria, asseriva puntualmente a fine Ottocento Leone XIII, «mediatrice della nostra pace presso Dio e dispensatrice delle grazie celesti, è collocata in cielo nel più eccelso trono di potere e di gloria, perché conceda il suo patrocinio agli uomini, che fra tante pene e pericoli si sforzano di giungere alla patria sempiterna» . La Beata Vergine, anzi come significativamente scrive papa Pecci, la «Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore» . 
In questa medesima scia si muove, del resto, il Concilio ecumenico Vaticano II, altro grande momento di trasformazione intra-ecclesiale di fronte al mondo contemporaneo. Maria, ricorda quel Concilio, esercita infatti per sempre la sua maternità nell’economia della grazia e. per questo, si prende cura dei fratelli soprattutto quando siano posti in mezzo a pericoli e affanni: «Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice. Questo però va inteso in modo, che nulla detragga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico mediatore» . 
Mediatrice e Soccorritrice della chiesa, sempre e in ogni circostanza, dunque, soprattutto nella difficile opera di decifrazione delle res novae di ieri e di oggi, che richiedono il discernimento del Magistero e della Chiesa nel suo insieme. Quando si tratta di scegliere la giusta direzione o di ritrovare il genuino senso della speranza cristiana, la Chiesa si rivolge con fiducia a sua Madre. Maria, sin dall’Annunciazione, è chiamata infatti ad offrire il suo consenso all’avvento del Regno messianico. A Cana di Galilea, sollecitando il Figlio all’esercizio della missione, offre un fondamentale contributo al radicamento della fede nella prima comunità dei discepoli e coopera all’instaurazione del Regno di Dio, che ha il suo germe ed inizio nella Chiesa. Sul Calvario, unendosi al sacrificio di suo Figlio crocifisso, offre all’opera della salvezza il proprio contributo materno. Lo stesso evangelista, affermando che Gesù doveva morire “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52), indica nella nascita della Chiesa il frutto del sacrificio redentore, cui Maria è maternamente associata. In questo senso, ella è la Madre della Chiesa in discernimento delle res novae. Il titolo “Maria madre della chiesa”, prim’ancora che nei testi del Concilio Vaticano II, si legge nel magistero di Leone XIII, dove si afferma appunto che Maria è stata «in tutta verità madre della Chiesa» . Successivamente, l'appellativo viene usato più volte negli insegnamenti di Giovanni XXIII e di Paolo VI.

Mater rerum novarum
Se in tutta verità, Maria è Madre della chiesa, è anche Mater rerum novarum, ovvero Madre della Chiesa che cerca di decifrare e discernere le cose nuove tipiche del mondo moderno, oggi particolarmente nei suoi versanti economici e sociali, che restano da oltre 150 anni gli ambiti che comportano novità cruciali nella transizione verso il contemporaneo assetto del mondo. Ecco perché questa Madre ri-appare nella riflessione ecclesiale, soprattutto nei momenti di transizione o socialmente controversi. Gli stessi dogmi mariani classici - la Theotókos dal Concilio di Efeso del 431 ; la «verginitas ante partum, in partu, post partum», secondo le parole definitorie di Paolo IV del 1555 ; la immunità dal peccato originale, per cui Maria è immacolata sin dal suo concepimento, secondo la Bolla Ineffabilis Deus di Pio IX (8 dicembre 1854) ; l’assunzione nella gloria celeste in anima e corpo, come stabilito dalla Costituzione apostolica Munificentissimus Deus di Pio XII (I novembre 1950)  – sono considerabili altrettante risposte non solo a discussioni intra-teologiche, ma ai momenti delicati di transizione socio-culturale. Dal questo punto di vista, Leone XIII, proprio perché preoccupato nella decifrazione delle cose nuove, si mostra anche un papa mariano, se si tiene presente che egli accoglie particolarmente i titoli di Immacolata e donna di Apocalisse, rilanciandoli attraverso la raccomandazione e la diffusione della preghiera del rosario nel mese di ottobre. La straordinaria efficacia di questa preghiera, infatti, recitata con animo puro e devoto, viene da lui finalizzata ad ottenere dal Padre celeste, in Cristo, e per l’intercessione della Madre di Dio, la protezione contro i mali più gravi che potrebbero minacciare la cristianità e la stessa umanità e impedire di conseguire i beni sommi della giustizia e della pace tra i singoli e tra i popoli. Con questo gesto peculiare, Leone XIII non faceva altro che affiancarsi ai numerosi Pontefici che lo avevano preceduto, lasciando una sorta di consegna a quelli che lo avrebbero seguito nel promuovere la pratica del Rosario, la “catena dolce che ci lega a Dio” per mezzo di Maria, sulla scia di San Domenico e di Bartolo Longo, non senza gli influssi di un’altra grande donna, e santa partenopea, Caterina Volpicelli, fondatrice dell’Istituto della Ancelle del sacro Cuore e fondatrice di un santuario al Sacro cuore in Napoli, gemello del santuario mariano di Pompei . Lo stesso dibattito teologico relativo all’immacolato concepimento di Maria – nato e sviluppatosi in particolare tra il XIII e il XIV secolo , di cui Giovanni Duns Scoto è un autorevole esponente, sulla scia delle prime discussioni dei monaci inglesi del secolo XII -, nei suoi momenti salienti mostra come il contributo speculativo s’intrecci con la storia della pietà popolare o “senso della fede” e, almeno indirettamente, con la storia dei rapporti, anche sociali e culturali, tra popoli del nord e del sud Europa. La stessa solenne proclamazione dell’8 dicembre del 1854 – in un clima sociale e politico ancora poco rassicurante per la chiesa cattolica, una volta di più preoccupata di fronte ad eventi nuovi ed inusuali – aveva chiuso un’epoca lunghissima di dispute, sociali oltre che dottrinali . Di qui anche un chiaro riverbero strategico della proclamazione dogmatica che, unita alla devozione a san Giuseppe, sarebbe stata proposta esplicitamente «come via per la salvezza di un mondo che aveva abbandonato la religione» . In sostanza, la promozione del culto all’Immacolata Concezione (come a quello dedicato alla persona del papa, all’eucaristia e alle altre devozioni nate a cavaliere tra il XVII e il XX secolo, alcune delle quali incentivate appunto da Leone XIII) è anche una modalità teologica per contrastare i processi di secolarizzazione e di laicizzazione, i quali, attraverso gli esiti della rivoluzione illuministica francese, incarnavano, agli occhi della chiesa di quel tempo, dei reali pericoli, anzi le minacce provenienti dalle cospirazioni anticristiane e dall’anticlericalismo. Per questo motivo, grazie alla diffusione del culto mariano, si riteneva possibile arginare e, in qualche modo, frenare i disordini arrecati dalla modernità alle società e restaurare in questo modo il regime di cristianità, ormai ritenuto in pericolo a causa della diffusione degli ideali illuministici e rivoluzionari, «soprattutto in quanto si inculcava la convinzione che tutti gli uomini erano segnati dal peccato originale e quindi incapaci di costruire, senza l’aiuto della grazia distribuita dalla Chiesa, una sana e felice vita collettiva. Con l’allocuzione anche alla pietà di San Giuseppe si attribuiva il compito di bloccare il decorso della civiltà moderna attraverso il ripristino di una società cristianamente costituita» . 
Oggi, nella medesima ottica e con un esplicito invito a compiere un’autocritica della modernità, siamo chiamati di nuovo, sotto la guida della Mater spei, a verificare criticamente cosa ne sia stato della libertà e del progresso moderni alla luce della corretta nozione di speranza cristiana: «È necessaria un’autocritica dell’età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell’autocritica dell'età moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici» . Questo, peraltro, ci viene detto dopo una sintetica, ma efficace, lettura storico-critica dell’evoluzione della nozione di “fede nel progresso” negli ultimi trecent’anni, con le sue pietre miliari dell’Illuminismo della rivoluzione francese, della filosofia di Kant, della rivoluzione marx-engelsiana. Il ricorso del Magistero a un titolo mariano non è, insomma, una fuga spiritualoide dal contesto, ma strategie culturali, oltre che pastorali, in linea con la convinzione che i titoli mariani e le stesse definizioni dogmatiche, riguardanti la Vergine Maria e il ruolo da lei assunto nella storia della salvezza, siano frutto non soltanto di lunghe e complicate discussioni filosofiche e teologiche, ma anche gli esiti del confronto tra visione cristiana ed eventi del mondo in trasformazione, soprattutto sul piano socio-culturale.

Il Papa del Rosario
Papa Leone XIII, oltre che devoto dell’Immacolata, quasi ogni anno, dal 1883 al 1901, nella ricorrenza della festa del santo Rosario, pubblica un’enciclica sul Rosario. Disponiamo così di un vero e proprio rosario di encicliche mariane. Oltre alla pietà personale, osservava Paolo VI, sono da tener presenti le profonde e feconde ragioni teologiche di questo peculiare ufficio pontificale, che richiamavano Leone a questo culto specialissimo, nonché a mettere a confronto, anzi in relazione, «la missione unica e somma di Maria nel disegno della nostra salvezza con la funzione propria del sacerdozio, che Cristo ha voluto partecipe del suo unico Sacerdozio per comunicarsi al mondo. Maria dà Cristo all’umanità; e anche il Sacerdozio dà Cristo all’umanità, ma in modo diverso, com’è chiaro; Maria mediante l’Incarnazione e mediante l’effusione della grazia, di cui Dio l’ha riempita; il Sacerdozio mediante i poteri dell’ordine sacro: ministero che genera Cristo nella carne il primo, e poi lo comunica per le misteriose vie della carità alle anime chiamate a salvezza; ministero sacramentale ed esteriore il secondo, il quale dispensa quei doni di verità e di grazia, quello Spirito, che porta e forma il Cristo mistico nelle anime che accettano il salutare servizio della gerarchia sacerdotale (S. Th. III, 63, 3; Cat. Conc. Trid. II, 7, 23-24). E se Noi oggi ricordiamo questo fatto, lo facciamo per far Nostre le esortazioni e le parole, che appunto Leone XIII citava nella sua Enciclica “Adiutricem populi” (1895), prendendole dalle labbra di quel San Cirillo d’Alessandria, che fu il principale promotore del Concilio di Efeso, ove Maria fu riconosciuta e proclamata Madre di Dio, e che così a Lei si rivolge: “Per te (Maria), gli Apostoli predicarono ai popoli la dottrina della salvezza; per te la santa Croce è lodata e adorata nel mondo intero; per te i demoni sono messi in fuga, e l’uomo è richiamato al cielo; per te ogni creatura, stretta dagli errori della idolatria, è ricondotta alla conoscenza della verità; per te i fedeli sono pervenuti al battesimo e in ogni parte del mondo sono state fondate le Chiese” (Homil. contra Nestorium)» . 
Papa Pecci raccoglie, dunque, l’eredità mariana e prepara, in qualche modo rilanciando la devozione del rosario, anche attraverso la peculiare devozione a san Giuseppe sposo casto di Maria, la teoria teologica dell’Assunzione, mentre lavora, sul piano socio-culturale, alla cosiddetta dogmatizzazione dei fondamenti dell’impegno socio-culturale della Chiesa. Un processo culturale, questo, che, a partire dal Vaticano I, inglobava appunto, all’interno della formulazione della dottrina cristiana, anche i fondamenti teoretici della dottrina sociale cristiana. Era, in sottofondo, all’opera uno schema teologico di tipo apocalittico, nella quale la donna amicta sole assumeva un preciso ruolo nel rinnovamento sociale del contesto moderno-contemporaneo. Schema che si ritrova puntualmente presente nel cuore di quella vera e propria “retrospettiva” che Leone XIII compie sui suoi primi 25 anni di pontificato. In questo testo, lo stesso Leone fa un elenco di nove atti del suo pontificato, secondo una distribuzione sistematica. Significativamente, il suo elenco, non cronologico ma sistematico, inizia dalla Aeterni Patris del 1879, e si chiude con la Immortale dei, del 1855, sulla costituzione cristiana degli Stati, a riprova del rifiuto leonino, pur con qualche concessione e apertura, dell’emancipazione perseguita dalle scienze e dal potere moderni rispetto all’autorità divina. Lo stesso spostamento d’interesse crescente verso la questione sociale, dal papa considerata una vera e propria falla apertasi nella navigazione della Chiesa nella civiltà moderna, risulta condotto nell’ottica e nella speranza di poter comprovare in modo nuovo la credibilità delle esigenze del cattolicesimo all’interno della modernità, fino alla promulgazione dell’anno santo del 1900. Com'è noto, l'influsso socio-culturale di Leone XIII si estenderà efficacemente ai vari ambiti dell’azione pastorale e dell’impegno culturale della Chiesa tra i due secoli. Si pensi, ad esempio, all’attenzione che egli riservò ai problemi emergenti in campo sociale nella seconda metà del secolo XIX, che egli espresse in special modo nella Rerum novarum , la quale offre idee e metodi per suscitare un liberalismo dal volto umano e, in pari tempo, un modello di socialismo cristiano sensibile alle richieste dei fondamentali diritti e doveri del mondo operaio.  Connesso a ciò, vi è il forte impulso impresso dal medesimo Pontefice al rinnovamento degli studi filosofici e teologici, in particolare con la pubblicazione della Lettera enciclica Aeterni Patris , con cui egli contribuì in modo significativo, al rilancio della filosofia cristiana e allo sviluppo del neotomismo contemporaneo. Sono così poste le basi di una rinnovata cultura cristiana, con un’iniziativa che a fine Ottocento fece epoca, proponendo esplicitamente il ritorno, cioè la valorizzazione e lo studio sulle fonti, di Tommaso d'Aquino e dei dottori della filosofia e teologia cristiane. Le cose si fanno ancora più chiare se si tien conto del fatto, di ordine socio-politico, che la questione romana continuava a pesare enormemente, mentre si faceva strada un anticlericalismo esasperato, sia in Italia che in Europa, benché contrassegnato da confortanti bagliori in campo religioso. I passi salienti promossi nell’evoluzione del pensiero e dell’operare dei cattolici, sono in qualche modo sintetizzati nella Bolla d’indizione dell’Anno santo, promulgata nel maggio del 1899, laddove il Papa puntualizza che la sua massima preoccupazione è quella che l'Anno costituisca un provvidenziale risveglio nella fede del popolo cristiano, un risveglio di fronte alle res novae le quali sfidano la chiesa, mentre viene espresso l’auspicio che esso diventi il vestigio finale del suo lungo pontificato.

Le res novae
Ma quali erano le res novae che spinsero papa Pecci a intervenire particolarmente con quello che è considerato il primo vero atto del cosiddetto magistero sociale della Chiesa, proposto alla luce e nell’orizzonte di Maria salus populi e mater ecclesiae? Nel 1884, raccomandando di nuovo il rosario con l’enciclica Superiore Anno, Leone XIII assimilava l’azione di Maria a quella di Giuditta e paragonava l’atmosfera ecclesiale contemporanea a quella degli Apostoli in preghiera con Maria nel cenacolo. L’ora stessa richiederebbe insomma, e non solo a motivo dell’incombente peste asiatica in Italia, di difendere la libertà della Chiesa e di garantire la sicurezza e la salvezza della società umana. Scrive il Pontefice: «È opportuno rievocare qui l’esempio di quella grande Giuditta, immagine della Vergine benefattrice, che represse l’impazienza stolta dei Giudei che volevano stabilire a loro giudizio il giorno in cui Dio doveva soccorrere la città oppressa. Giova ancora ricordare l’esempio degli Apostoli, che hanno aspettato il dono immenso dello Spirito Santo a loro promesso, perseverando unanimemente nella preghiera con Maria, Madre di Gesù. Anche ora, veramente, si tratta di un’impresa ardua e di grande importanza, quella di umiliare la potenza dell’antico astuto nemico, tracotante nella sua forza, e di restituire la libertà alla Chiesa ed al suo Capo; di conservare e di proteggere i baluardi sui quali riposano la sicurezza e la salvezza della società umana. Pertanto conviene vigilare perché, in questi giorni di lutto per la Chiesa, il santo costume del Rosario di Maria sia osservato con zelo e pietà, tanto più che queste preghiere, essendo composte in modo da rievocare nel loro ordine tutti i misteri della nostra salute, sono essenzialmente appropriate a suscitare lo spirito di pietà. Per ciò che riguarda l’Italia è oggi soprattutto necessario implorare con la preghiera del Rosario l’aiuto della potentissima Vergine, poiché una calamità impensata non solo incombe, ma è già presente tra noi. Si tratta della peste asiatica che, passando i limiti che la natura, seguendo la volontà di Dio, pareva assegnarle, ha invaso i porti più frequentati della Francia e di là le regioni limitrofe dell’Italia. Dobbiamo dunque cercare un rifugio presso Maria, presso Colei che la Chiesa chiama, a giusto titolo e a buon diritto, la salutare, l’ausiliatrice, la protettrice, affinché, propizia alle preghiere che Le sono gradite, Ella si degni di apportarci il soccorso implorato di cacciare lontano da noi l’impuro flagello» .
In Italia si erano ormai compiuti ed accelerati i processi unitari e post-unitari. Tutto ciò aveva in qualche modo condotto, secondo alcuni, ad una situazione che avrebbe comportato, per la Chiesa istituzionale, il grave problema di riuscire a mantenere il proprio standard di autorevolezza e di significatività in un contesto fattosi intanto sempre più sordo e lontano dai valori cristiani. In ambito più ampio e universale, la transizione dall’Ottocento al Novecento sembra allo stesso Pontefice, che si considera ancora una vittima dello Stato unitario, la stagione più infelice. Nella pratica d’insegnamento e di studio, in particolare, i teologi cattolici vanno subendo il progressivo avanzare di sistemi esplicitamente anti-cristiani ed anti-metafisici, di fronte ai quali diversi preferiscono ritirarsi in una forma di ontologia moderna, oppure arroccarsi nei propri Centri accademici, che lo Stato unitario italiano aveva frattanto soppressi nelle Università civili e che oggi persiste ancora, tranne l’atipica re-introduzione della teologia nell’Università di Urbino, promossa da Italo Mancini tra il 1968 e il 1969. 
Intanto, però, le culture teologiche sia nord che mitteleuropee, per vie proprie ed autonome, sono comunque sollecitate ad aprirsi alle istanze storiche, filosofiche e scientifiche coeve, che favoriranno in seguito le traiettorie della dialettica, dell’ermeneutica, della cultura, della postmodernità. Molteplici, in merito, i fattori di cambiamento, che concorrono in un vero parallelogramma di forze intellettuali, i cui snodi sono rappresentati almeno da Adolf von Harnack (1851-1930), tipico esponente della teologia liberale tedesca; Ernst Troeltsch (1865-1923, filosofo della storia e teologo liberale; Albert Schweitzer (1875-1965), premio Nobel per la pace nel 1953; Rudolf Otto (1869-1937), che compara fenomenologicamente cristianesimo e religioni orientali. Gli stessi “modernisti” – così bollati da una vera e propria creazione di un “mostro culturale” non del tutto storicamente fondato -, come Alfred Loisy (1857-1940), George Tyrrel (1861-1909), Giovanni Genocchi (1860-1926), Giovanni Semeria (1867-1931), Romolo Murri (1870-1944)… incidono comunque sulle trasformazioni intra-ecclesiali delle istanze teologiche e le aprono ad un confronto più simpatetico con la modernità. Accanto e parallelamente alla rinascita neotomista, favorita da papa Leone, svolgono la loro azione culturale un Maurice Blondel (1861-1949) che, in dialogo con la teologia, pone le basi per un’apologetica filosofica del cristianesimo; un Lucien Laberthonnière (1860-1932), divulgatore del già attestato, tra i neotomisti partenopei, sintagma di “filosofia cristiana”; un Louis-Marie-Olivier Duchesne (1843-1922), archeologo e storico del cristianesimo delle origini, che lavora al superamento di una teologia soltanto speculativa; un Henri Bremond (1865-1933), ri-scopritore della storia della mistica e della spiritualità, a riprova che la vita ecclesiale nono è fatta soltanto dai dottori ma anche dai semplici credenti. Purtroppo la tendenza maggioritaria nell’età leonina, piuttosto che essere simpatetica, preferisce le vie del rifiuto della filosofia moderna e, in genere, della vita spirituale moderna, considerandole come dei sentieri errati, prodotti dal protestantesimo, che la scienza ecclesiastica può, anzi deve, ignorare e combattere. Certo, nei Cenacoli filosofico-teologici di Napoli, Lovanio, Milano, Parigi, la strategia sarà anche, in parte, diversa e non di sola contrapposizione frontale rispetto alla modernità. Per esempio, vi si svolge un’accurata rivisitazione delle fonti (soprattutto delle opere dell’Angelico, di cui s’intraprende l’edizione critica degli scritti, chiamata “leonina”). Tuttavia, mentre si mantiene elevata la qualità dell’erudizione storico-archeologica, nella pratica teologica, almeno negli ambienti ecclesiastici ufficiali, è il motto “semper idem” - sempre lo stesso – a resistere ancora a lungo. L’addizionarsi del monopolio di un sol prevalente indirizzo filosofico-teologico, nonché il progressivo processo di centralizzazione nella formazione, genererà l’esigenza diffusa di una difesa della cultura cattolica contro tutti “i novatori” e contro tutte le “res novae”. Il triste esito sarà, anche dopo la stagione leonina, che diversi, tra i più colti ed eleganti ingegni che la cultura cristiana pure esprimeva, sono costretti ad abbandonare le cattedre e spesso l’esercizio del ministero sacerdotale, mentre Roma tollera, se non proprio approva, il Sodalitium pianum (detto anche Sapinière), una vera e propria rete segreta internazionale di denuncia antimodernistica e di caccia all’untore. 
Ecco perché buona parte della produzione teologica filo-pontificia risulterà accompagnata sempre da una prospettiva piuttosto critica nei confronti di una certa modernità, qualificata, nella percezione dei teologi tradizionalisti, dalle punte più aspre del positivismo scientista e materialista. E così, certe prospettive simpatetiche con la scienza e l’evoluzionismo, anzi la vera e propria “passione per la materia” mostrata, per esempio, dal gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), non potranno che trovare una barriera, o almeno un terreno irto di ostacoli. Possono ben rendere una tale tonalità in difesa e tendenzialmente anti-moderna, che procede sotto la regia di Roma, oltre che l’esame puntuale della stampa periodica teologica della fine dell’Ottocento e del primo Novecento, le vicende di Ernesto Buonaiuti (1881-1946) in Italia e, ancora di più, la vicenda a due facce del francese Alfred Loisy: «Mentre il Loisy interiore, filologo e storico, lavora intensamente al suo programma di studi biblici, dando ad intendere di voler lasciare intatto l’insieme dei dogmi tradizionali, […] il Loisy intimo oserà corrispondere pienamente al Loisy pubblico soltanto a partire dal 1908, quando cioè, abbandonando qualsiasi dissimulazione, prenderà la decisione di abbandonare del tutto la Chiesa nella quale egli era nato ed era stato educato» . 
L’autopercezione della teologia cristiana, e dello stesso Magistero tra Ottocento e Novecento, è quasi quello di una sorta di cittadella assediata, anche di fronte a certa propaganda di orientamento liberale, anticlericale e filo-protestante. Questo spiega un certo clima di “caccia alla streghe” che si diffonde, subito dopo l’età leonina, nei confronti del cosiddetto errore moderno o modernismo. Alle res novae si tende anzi, già nell’età di papa Pecci, a contrapporsi, piuttosto che a dialogare. Così, anzitutto sul piano speculativo prima che pratico, vi si oppone il cosiddetto christianum  nei suoi risvolti filosofici, teologici e morali. Già nel 1861 il neotomista Gaetano Sanseverino (1811-1865) aveva pubblicato a Napoli una Philosophia Christiana cum antiqua et nova comparata. La rifioritura degli studi e le edizioni critiche di testi medievali a partire proprio dalla stagione leonina, provoca, in positivo, negli ambienti ecclesiastici e teologici grande attenzione alla prima Scolastica medievale ed alla seconda Scolastica di età moderna, generando un vero movimento di rinascita neoscolastico e neotomista, ufficializzato appunto dall’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII (4.8.1879), peraltro in linea con le pionieristiche indicazioni del napoletano Salvatore Talamo, 1844-1932 che, con Toniolo, aprirà pure, nell’età del medesimo papa Leone, la teologia ufficiale alla dottrina sociale. Le cose nuove contro cui reagire, come ricorda il n. 2 della Rerum novarum, sono anche il regime economico della modernità, che ha comportato almeno quattro deprecate soppressioni, che hanno, a loro volta, provocato quattro grandi mali (soppressione delle corporazioni di arti e mestieri senza sostituirvi nulla; allontanamento di istituzioni e di leggi dallo spirito cristiano, con l’esito di lasciare gli operai soli ed indifesi, in balìa della cupidigia dei padroni e della concorrenza; usura divoratrice che continua nelle mani di ingordi speculatori; monopolio della produzione e del commercio nelle mani di pochi straricchi che hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco men che servile). La stessa soluzione addotta dal socialismo viene ritenuta da papa Leone un falso rimedio, in quanto comporta la trasformazione della proprietà da personale in collettiva: essa è, agli occhi del papa, una via che non risolve la contesa tra poveri e ricchi, anzi è per molti titoli ingiusta, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze e gli offici dello Stato e scompiglia tutto l’ordine sociale. Il male già tanto grave della soluzione socialista alla questione operaia, secondo Leone XIII, richiede un’urgente cura, senza più indugi, non solo da parte dei governi, dei capitalisti e dei padroni, nonché da parte dei proletari direttamente interessati, ma anche da parte della chiesa e del cristianesimo. La chiusa dell’enciclica, promulgata nel mese mariano, anno XIV del pontificato di Leone, è tassativa: «il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli stessi accorgimenti reputati più efficaci saranno scarsi al bisogno» .  Le massime del Vangelo, soprattutto la carità, insomma, sono i rimedi per la desiderata salvezza. Questa soluzione sul piano culturale proveniva, come si è detto, dalla convinzione del peso sociale ed economico esercitabile da parte dal cristianesimo, come al sommo Pontefice andavano suggerendo, proprio in quei medesimi anni, intellettuali come Giuseppe Toniolo e Salvatore Talamo. È riconosciuto l’apporto che il prof. Giuseppe Toniolo ha profuso per l’incremento della sociologia cristiana, una disciplina che, nella seconda metà dell’Ottocento, andava chiarendo sempre meglio la sua origine, metodo e fine. Tuttavia, non tutti ricordano che, accanto al prof. Toniolo, lavorò, specialmente per la Rivista Internazionale di Scienze Sociali e discipline ausiliarie, il prof. Mons. Salvatore Talamo (1844 - 1832), del clero dell’Archidiocesi di Napoli, esponente di rilievo del neotomismo, vissuto a Roma dal 1879 al 1932. Salvatore Talamo era nato a Napoli, in località Portanova, il 7 ottobre 1844 . En¬trato nel seminario arcivescovile di Napoli, era stato allievo del capostipite del neotomismo partenopeo, Gaetano Sanseverino (1811 - 1865), che vi insegnava filosofia . Mancato il maestro nel 1865 , Talamo aveva seguito le lezioni di Nunzio Signoriello, discepolo e suc¬cessore di Sanseverino e suo epitomatore ed stimatore. È molto probabile che Talamo facesse anche parte della prima Acca¬demia filosofico-teologica di s. Tommaso (prima in assoluto in tutto l’orbe cattolico e poi imitata dall’Accademia pontificia, ancor oggi esistente), fondata a Na¬poli dal Sanseverino nel 1846. Nel 1868 fu ordinato Sacerdote. Dal 1869 al 1879 insegnò filosofia nel Liceo del Seminario Arcivescovile di Napoli e, nel 1874, tenne il discorso di inaugu-razione della se¬conda accademia di s. Tommaso che veniva fon¬data a Napoli proprio in quell’anno . Il 29 giugno 1879 papa Leone XIII inviò una lettera all’Arcivescovo di Napoli, Guglielmo Sanfelice, in cui chiedeva che Salvatore Talamo si portasse a Roma , godendo di stima di dotto in Italia e fuori . In questa città Talamo ebbe molti incarichi: il 24 maggio 1885 divenne Canonico della Basilica Vaticana, prestando il suo ser¬vizio corale fedelmente fino alla morte, e tenne anche vari uffici nel Capitolo Vaticano, tra cui quello di Camerlengo. Fu succes¬sivamente nominato Prelato Chierico della Reverenda Camera Apostolica, Qualificatore del S. Officio, Consultore delle Sacre Congregazioni del Concilio, di Propaganda Fide, degli Affari Ecclesiastici Straordinari, dei Seminari e Università degli Studi e fu membro della Pontificia Commissione Biblica. Gli fu inoltre affidato il delicato compito di preposito spirituale del Pantheon, dove promosse vari lavori di restauro. Fu eletto Preside degli Studi nel Pontificio Seminario Romano Minore al Vaticano, e fu socio di varie Accademie, tra cui l’Arcadia e l’Accademia di Religione Cattolica. Alla vita di quest’Accademia, alla quale apparteneva dal lontano 1875, Talamo partecipò attivamente fino alla morte, occupando varie cariche direttive e talora rappre-sentando lo stesso Cardinale Presidente . Fu Talamo a fornire il materiale dal quale fu ispi¬rata la trama dell’enciclica Aeterni Patris ; del resto, egli era stato chiamato a Roma come persona qualificata e idonea ad attuare un altro grande disegno di Leone XIII rispetto alle cose nuove della modernità, ovvero in vista del ripristino della filosofia cristiana in tutta la Chiesa. Infatti il Papa lo fece entrare, prima di tutto, nelle scuole del Seminario Romano all’Apollinare quale docente di filosofia . Salvatore Talamo, già professore di filosofia del diritto all’Accademia Giuridica, Prefetto degli studi all’Apollinare, se¬gretario dell’Accademia Romana di san Tommaso d’Aquino, fu nominato da Leone XIII anche “sociologo ufficiale della Chiesa”, in¬sieme con il prof. Giuseppe Toniolo, quasi all’indomani della Rerum novarum (15 maggio 1891). Se egli fu l’intelligente e fe¬dele esecutore del disegno leoniano per la rinascita e l’affermazione del tomismo nella Chiesa, svolse pure un ruolo parallelo, in campo sociale, altrettanto caro al papa Pecci. In¬fatti anche per questo settore, che allora co¬min¬ciava ad essere approfondito come disciplina a sé stante, Leone XIII aveva un progetto abbastanza chiaro, scandito dalle seguenti tappe: nel 1889 sorgeva l’Unione cattolica per gli studi sociali in Ita¬lia , il 15 maggio 1891 veniva promulgata la Rerum novarum, nel 1893 si fondava la Rivista In¬ternazionale di Scienze So¬ciali e Discipline Ausiliarie. Il Papa la volle affidare  proprio a mons. Talamo che, per essere più libero, lasciò la prefettura degli studi all’Apollinare. Il vero e proprio fondatore della rivista fu Giu¬seppe Toniolo, che godeva tutta la fiducia del Papa, ma poiché egli ricopriva incari¬chi universitari che lo tenevano lontano da Roma, il Pontefice desiderò che praticamente la rivista, tanto impegnativa, fosse nelle mani di Talamo, competente nei pro¬blemi sociali e sempre residente a Roma, da dove il periodico avrebbe dovuto dif¬fondersi in tutto il mondo culturale . Che il versatile Talamo fosse aperto anche alla problematica giuridico-so¬ciale, si palesa anche dal fatto che Leone XIII lo chiamò a succedere al Prof. Giuseppe Pecci, creato cardinale, sulla Catte¬dra di filosofia del diritto nell’Accademia Giuridica fondata nel Palazzo Al¬temps, vicino all’Apollinare. Talamo darà prova della sua at¬titudine a tali studi, con la sua classica opera sulla schia¬vitù, Il concetto della schiavitù da Aristotele ai dottori scolastici (Unione Cooperativa editrice, Roma 1902), che fu l’edizione in volume unico di diversi articoli pubblicati in precedenza su diverse riviste. La Rivista Internazionale di Scienze Sociali e discipline ausi¬liarie nasce come pubblicazione periodica dell’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia. Dal primo numero si desumono alcuni dati  e il programma, che ha un tono aulico e austero ma mette in evidenza la chiarezza delle idee dei due autori. Essi si domandano: «… quale sia, cioè, l’ordine sociale di civiltà che deve in un pros¬simo avvenire definitivamente imperare […]. Le scienze e le analoghe discipline positive, che versano intorno agli umani con¬sorzi, la filosofia etico – civile, il diritto, la dottrina politica, l’economia, l’antropologia, l’etnografia, la statistica e la storia in una ingente sintesi sociologica ci provocano a fornire il solenne responso […] per uomini illuminati dalla fede una tale soluzione non è dubbia: essa sarà una volta ancora il trionfo della civiltà cri¬stiana, per virtù della Chiesa e del Romano Pontificato» . Certo, gli autori del programma non fuggono dalla realtà e non si abbandonano a progetti utopistici: «Ma tale risultamento, per quanto assicurato da ineffabili pro¬messe divine e da incontestate esperienze storiche non verrà con-seguito, secondo l’ordinaria economia provvidenziale, senza la sapiente e virtuosa cooperazione umana. […]. La fede non ci di¬spensa dal considerare in tutta la sua grandezza la decisiva batta¬glia che si prepara, né dal concorrervi con opere generose, unifi¬cate e sospinte da questo comune pensiero sovrano. L’impero de-finitivo del regno di Gesù Cristo e della sua Chiesa negli ordini sociali e nell’incivilimento» . Accanto alla tensione escatologica che spinge lo sguardo ol¬tre il mondo dei fenomeni per pensare allo svolgersi del tempo nell’ottica della fede e delle promesse di Gesù Cristo, gli autori guardano con sapienza alle condizioni della loro epoca (l’enciclica sociale guarda in particolare alla questione sociale e al marxismo e ipotizza e giustifica quella che viene chiamata “democrazia cristiana”) e auspi¬cano un impegno a tutti i livelli affinché il movimento so¬ciale che essi animavano potesse lasciare dei segni validi e du¬raturi attingendo dalla fondamentale idea di civiltà cristiana . Alla fine del programma si illustra la struttura che sarà data ai singoli fascicoli . Nel primo volume della rivista sociale, dopo il programma, uscì un importante articolo di mons. Talamo, intitolato La giusti¬zia sociale nella sociologia dei moderni evoluzionisti, che è ri¬velatore della giusta scelta fatta da Leone XIII. Riaffermata la sua indiscussa fiducia nei principi cri¬stiani, Talamo, ripren¬dendo un suo contributo letto all’Accademia filosofico-teologica di Napoli, scriveva:   «Private la giustizia della sua nota divina, che sola può renderla inviolabile ed essa diventa non altro che un fatto che, come tale, vale quando è forte e cessa di valere contro una forza superiore, che venga a distruggerlo» . Con intuito profetico, osserva Francesca Duchini, Talamo prendeva anche posizione contro il tremendo spettacolo della corsa agli armamenti, dell’assorbimento di tutta la ricchezza pubblica nei mezzi di difesa e offesa, che una scienza senza cuore fa ogni giorno più micidiali: indi la guerra o una pace più inquieta e opprimente della guerra . Per trentaquattro anni conti¬nui, soprattutto dopo la morte del Toniolo avvenuta nel 1917, Talamo sarà ancora alla direzione della prestigiosa rivista, che per la sua serietà scientifica penetrò nei più larghi strati della cultura, anche profana, anche avversa. I suoi contributi personali se non sono numerosi, non mancano certo d’importanza, come l’articolo de¬dicato al centenario della nascita di Luigi Taparelli d’Azeglio . Egli da solo, con pa¬zienza certosina, affrontava tutto il lavoro editoriale, si as¬sumeva la responsa¬bilità di ogni saggio che usciva nel suo perio¬dico. Aveva avuto una consegna e vi rimase fedele fino all’ultimo, quando cedette davanti alla richiesta dell’Università Cattolica che, tramite il p. Gemelli, gli offriva la garanzia di una sicura continuazione, a partire dal 1927, auspicata e benedetta da Pio XI che, per l’occasione, gli manifestò ancora una volta la sua sentita gratitu¬dine insieme ad un vivo apprezzamento per l’opera svolta per più di tre decenni con impegno e disinteresse sommi .

Conclusione
L’enciclica Rerum novarum, con la quale Leone XIII iniziava la storia moderna della dottrina sociale della Chiesa, si concludeva con un inno alla carità, regina delle virtù sociali: «Coloro che hanno il dovere di provvedere al bene dei popoli - scrive il Papa - alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev'essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l'orgoglio e l'egoismo del secolo» . La carità cristiana permette, come afferma l'enciclica in un altro passo bellissimo, di andare oltre l’amicizia sociale, verso l’amore fraterno . 
A distanza di due secoli, ci viene proclamato che Dio stesso è carità , in una situazione in cui «Maria, la Vergine, la Madre, ci mostra che cos’è l'amore e da dove esso trae la sua origine, la sua forza sempre rinnovata. A lei affidiamo la Chiesa, la sua missione a servizio dell’amore» . Con la Mater rerum novarum, i credenti possono davvero rileggere la modernità alla luce della fede, della speranza e della carità

 

                                                                                                                        

cop.Bruno

Uscito per le Edizioni Museopolis Press di Napoli-Università telematica Pegaso (riferimenti 0815521597), sia in versione elettronica che cartacea il volume Nuovi sguardi sull’orizzonte simbolico di Giordano Bruno, Nolano, di cui è Autore Pasquale Giustiniani, docente ordinario di Filosofia teoretica nella sezione san Tommaso della Facoltà di teologia dell'Italia Meridionale. In questo volume il filosofo-teologo-cabalista Giordano Bruno viene rivisitato in controcampo, attraverso l'orizzonte culturale di uno dei suoi inquisitori, Roberto Bellarmino. La tesi di fondo è che la decennale formazione filosofico-religiosa dell’ex frate domenicano, poi condannato dalla Chiesa al rogo per eresia formale, ha inciso non poco nella costruzione del suo orizzonte simbolico, come si vede particolarmente nei Furori e nella Cabala. Il triste e terribile episodio del rogo su cui, il 17 febbraio 1600, fu arso vivo Filippo (in religione, fra’ Giordano) Bruno «è stato talora assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della Chiesa». Così, tra l’altro, si legge testualmente nella Letterache, a nome di papa Giovanni Paolo II, il Segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, volle indirizzare al Preside della Pontificia Facoltà Teologica per l’Italia Meridionale-sezione, prof. don Adolfo Russo, in occasione del Convegno che la sezione san Tommaso di Capodimonte tenne tertio millennio ineunte, esattamente il 17 e 18 febbraio 2000, sul tema Giordano Bruno oltre i miti e le opposte passioni”. Scrive Giustiniani nel primo capitolo: «Servire la verità e promuovere il bene comune, provare rammarico per le procedure e per certi esiti violenti è necessario; ma è anche sufficiente? Neanche noi nel terzo millennio possiamo esprimere a cuor leggero giudizi definitivi sulla coscienza di coloro che furono implicati nell'affare Bruno. Neppure ne possiamo esprimere sull’imputato, peraltro provato dalla lunga prigionia prima veneta e poi romana, nonché dai continui confronti non privi di torture per stabilire” la verità dei fatti e la sincerità delle posizioni né sui singoli membri e sul Tribunale pontificio nel suo insieme. Eppure, dobbiamo resistere agli opposti condizionamenti e tentare». Di fronte ad un domenicano deviante e forse eretico formale, credette di trovarsi una delle figure centrali del Tribunale inquisitoriale romano negli ultimi anni dell’affare-Bruno. L'inquisitore-teologo, Francesco Romolo Roberto Bellarmino (1542-1621) a cui è dedicato il I capitolo del libro -, sia per temperamento che per vocazione religiosa - aveva trovato nella Compagnia di Gesù la via più sicura per santificarsi -. Egli risulta certamente una figura significativa di controcampo in vista di un giudizio più ponderato, ancorché non definitivo. Non sappiamo cosa sia passato nella sua mente e nel suo cuore al momento del voto sfavorevole a Bruno, restio com’è Bellarmino a farsi sorprendere nella progressiva maturazione delle proprie valutazioni in coscienza in vista della tragica sentenza finale della expeditio causaefratris Iordani, circa il quale, inquisito e processato, il Tribunale era chiamato ad esprimersi «inquisiti et processati de et super haeretica pravitate». I capitoli secondo e terzo si portano, con metodo simbolico-critico, all’interno di due significative opere dell’universo bruniano. La prima è La cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico. In essa Giordano Bruno che, dall’aprile 1583 si era portato in terra inglese al seguito dell'ambasciatore Michel di Castelnau (1520-1592), signore di Mauvissière, non costruisce certamente una collezione di figurazioni né una specie di manuale. Giustiniani vi si accosta attraverso il conoscere immaginale, ovvero attraverso quel tipo particolare di conoscere che è in grado di mettere pienamente in luce la funzione immaginativa della parola, del linguaggio, dell’allusione e del rinvio, quindi pure di ogni mito e di ogni rito. Così, ogni testo, anzi ogni forma espressiva del pensiero umano, risuona di nuovi echi, soprattutto quando si esprime nei miti, nei riti e nei testi delle antiche religioni, oppure nei racconti e nelle vicende dei grandi poemi teogonici, ma anche nelle pagine infuocate dei mistici e nelle visioni oniriche e fantastiche dei poeti o nelle balenanti figure di un testo insieme filosofico, cabalistico e teologico. La seconda opera re-indagata è quella de Gli eroici furori. Qui Giordano Bruno mette in scena, alternando prosa e versi, 10 dialoghi generati da versi, rime che parlano di furori, dialoghi a cui partecipano, due a due, 2 interlocutori costanti nella prima parte (Tansillo Cicada) e,  nella seconda, Cesarino e Mariconda nei primi due, Liberio e Laudonio nel terzo, Severino e Minutolo nel quarto, mentre i due ultimi interlocutori nel dialogo sono delle donne, quasi a segnalare la climax dell’intero discorso di discorsi, che verte, in definitiva sul significato degli amori umani, dai primi desideri di fronte ad un corpo femminile fino alla contemplazione eroica della bellezza divina. Amori che generano negli amanti, appunto, dei furori che si vorrebbe fossero eroici, anzi amori furiosi ed eroici. Lo scritto bruniano, che pure s’inserisce in un vasto filone letterario ed esegetico, ha in ogni caso la pretesa di originalità, in quanto vuole esplicitamente offrire al lettore un’opera in cui: «piú riluce d'invenzione che d'imitazione». Un discorso di discorsi, è quest’opera bruniana che, alla fine si rivela, oltre che un dire e un parlare, anche un dis-correre per trovare, forse un itinerario della mente in Deum, ovvero un andare di qua e di là fuori dalle proprie terre di origine e delle proprie sicurezze consolidate, ma con una meta precisa. Anche la prima parte dell’opera bruniana si chiude, del resto, con un invito a proseguire il cammino, lungo il quale forse si potrà sciogliere di volta in volta, per chi cammina anche nell’enigma e vede come in uno specchio, l’intrico di una figura. L'ultimo capitolo si chiude con un discorso immaginario di Bellarmino davanti al Tribunale che condannò il filosofo Nolano. Discorso mai tenuto, ma verosimile, in quanto Giustiniani lo ricava dalle opere, soprattutto ascetiche, del santo cardinale inquisitore.

* si propongono per gentile concessione dell'editore, alcune pagine del libro che gl'interessati possono richiedere 

 

Capitolo I

Giordano Bruno oltre i miti e le opposte passioni 

Il triste e terribile episodio del rogo su cui, il 17 febbraio 1600, fu arso vivo Filippo (in religione, fra’ iordano) Bruno «è stato talora assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della Chiesa». Così, tra l'altro, si legge testualmente nella Lettera che, a nome di papa Giovanni Paolo II, il Segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, volle indirizzare al Preside della Pontificia Facoltà Teologica per l’Italia Meridionalesezione, prof. don Adolfo Russo, in occasione del Convegno che la sezione san Tommaso di Capodimonte tenne tertio millennio ineunte, esattamente il 17 e 18 febbraio 2000, sul tema Giordano Bruno oltre i miti e le opposte passioni. Un Convegno, questo, celebrato senza nessun intento revisionistico da parte di una Facoltà pontificia del territorio meridionale - sotto la cui giurisdizione gravita oggi anche l'Istituto Superiore di Scienze Religiose operante in Nola - la patria di Bruno -, eretto accademicamente dalla santa Sede come Centro Universitario. Lo scopo era appunto di procedere al di là delle mitizzazioni e delle opposte passioni anticlericali e integralistiche. Si voleva in sostanza dar seguito, anche sul piano scientifico, allo stile giubilare della purificazione della memoria che, allo scadere del secondo millennio, caratterizzò lo stile della riflessione e della cultura cattolica. Atteggiamento questo, proposto da Giovanni Paolo II nel corso di quell'Anno santo, non soltanto ai credenti ma a tutti coloro che si sentissero in grado di compiere un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti avevano già portato o portassero il nome di cristiani. Secondo quel teorema insieme pastorale e culturale, alla luce della memoria Dei si trattava di fare memoria sui, ovvero di prendere atto davanti all'Altissimo del proprio modo di essere stati e di essere al mondo, con tutte le eventuali mancanze. In ogni caso, distinguendo tra errori oggettivamente commessi e modi soggettivi di percepirli e commetterli è, questa, la tradizionale distinzione tra errore, che viene oggettivamente condannato, ed errante, di cui vanno comunque ricercate le soggettive e contestuali libere intenzioni non sempre del tutto coincidente con lo svolgimento oggettivo dei fatti , cercando non tanto di cancellare un passato che pesa, bensì di acquisire uno stile peculiare nel rimeditare le colpe del passato remoto e recente, per esempio tornando da capo sui testi e sui contesti, sulle parti in causa, sui singoli protagonisti, ma anche sul contesto ecclesiale e culturale di volta in volta esaminato. 
1.1. Bruno oltre i miti e le parti  Mentre in precedenza F. A. Yates, nota studiosa di Bruno da lei collegato alle peculiari atmosfere ermetiche e magico-alchemiche della modernità, quasi preludendo all’attuale ripresa della discussione sotto altre possibili angolazioni, poteva comunque ancora riconoscere alla chiesa cattolica una sorta diritto a condannare a morte Bruno come eretico, ovviamente includendo in quella condanna anche gli aspetti dottrinalmente devianti della musa bruniana, diversi altri segnalavano invece come vero e proprio sopruso l'aver imbavagliato un libero pensatore, colpevole soltanto di pensare in proprio e di osare di porsi in antitesi con il pensiero ufficiale e pedante di un certo contesto moderno. Così, per esempio, L. Parinetto, proprio a ridosso dell’evento giubilare, si dichiarava assai critico nei confronti di tutte le possibili storicizzazioni” dell'affare-Bruno, le quali generano poi certe interpretazioni buoniste nei confronti delle decisioni ecclesiastiche all’indirizzo degli eretici. Nel caso specifico di Giordano Bruno, quest'Autore ribadiva che la chiesa di quel tempo non fece altro che esercitare, anzi pietrificare, la violenza del potere, compiendo attraverso un tribunale inquisitorio null'altro che un gesto assassino nei confronti di un ex frate domenicano, peraltro in nome dell'amore del prossimo: «L'inquisizione cattolica, la sua chiesa [...] nell'episodio di Bruno vengono come pietrificate per sempre nel gesto assassino del Potere: questo ne definisce l'esemplarità indelebile, che né fasto e propaganda di Giubilei, né tarde (forse retoriche) resipiscenze riusciranno mai a cancellare»
Al di là della complessa vicenda storica che condusse fra' Giordano Bruno prima davanti all'Inquisizione veneta e poi a quella pontificia - tutta da ri-frequentare senza intenti revisionisti -, bisogna riconoscere che Giordano Bruno - soprattutto a partire dal XIX secolo quando in Campo dei Fiori in Roma fu eretta la famosa statua4 - rischia spesso di esser trascinato da una parte dell’altra, ora reso esponente di una determinata parte politica o ideologica che si
auto-attribuisce la funzione di bandiera della libertà e del pensiero avanzato di fronte a qualsiasi strapotere che intenda imbavagliare o mettere la mordacchia a spiriti liberi, ora guardato a vista come eretico impenitente ed anti-cristiano, avanguardia degli spiriti dissoluti di una modernità anti-cristiana ed anti-clericale. Nella logica dell’aut aut, è facile contrapporre la parte del Nolano ad un'altra parte, relegata a simbolo naturale di violenza istituzionalizzata, di atteggiamenti retrogradi ed antiscientifici, nemica del pensiero adulto e tendenzialmente anti-moderna. Assunto a emblema per qualunque attacco frontale da muovere all’istituzione ecclesiastica ed ai suoi tribunali delle coscienze, oppure per inaugurare alternativi sentieri nella cultura moderna e contemporanea in
vista di più avanzate collaborazioni tra libera ragione e libera fede, Bruno tuttavia, nei suoi scritti, sembra resistere. Anzi, a oltre quattrocent'anni dal verdetto atroce che il Pontefice Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) pronunciò, sancendo con la sua autorità istituzionale la rilevanza ereticale formale di alcune proposizioni estratte dagli scritti e dalle testimonianze a carico del Nolano, la sua nuova filosofia ci sospinge ancora di più a rimeditare, non certo per emettere quasi un nuovo verdetto, pronunciabile magari dalle nuove figure del potere ecclesiastico che seggono sul soglio di Pietro. Riconoscere candidamente, e forse coraggiosamente rispetto al recente passato, che «resta il fatto» - così recita ancora un passaggio della già citata Lettera del cardinal Sodano, «che i membri del Tribunale dell’Inquisizione lo processarono con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce», sollecita a rileggere non soltanto le carte processuali, ma ad indagare su almeno qualcuno dei membri di quel Tribunale romano. Certo, come riconosceva lo stesso card. Sodano, «non sta a noi esprimere giudizi sulla coscienza di quanti furono implicati in questa vicenda. Quanto emerge storicamente ci dà motivo di ritenere che i giudici del pensatore fossero animati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune facendo anche il possibile per salvargli la vita. Oggettivamente, tuttavia, alcuni aspetti di quelle procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa [...] un motivo di profondo rammarico».
Servire la verità e promuovere il bene comune, provare rammarico per le procedure e per certi esiti violenti è necessario; ma è anche sufficiente? Neanche noi nel terzo millennio possiamo esprimere a cuor leggero giudizi definitivi sulla coscienza di coloro che furono implicati nell’affare Bruno. Neppure ne possiamo
esprimere sull’imputato, peraltro provato dalla lunga prigionia prima veneta e poi romana, nonché dai continui confronti non privi di torture per “stabilire” la verità dei fatti e la sincerità delle posizioni né sui singoli membri e sul Tribunale pontificio nel suo insieme. Eppure, dobbiamo resistere agli opposti condizionamenti e tentare, un po' imitando quel fra' Agnello Mancin di un bel libro sui Furori del Nolano, dove questo immaginario frate è un po' l'alterego
innocente e libero rispetto ai condizionamenti socio-culturali, persona di vita consacrata, in grado di frequentare assiduamente i testi bruniani («non so quante volte ho letto e riletto il testo», confessa, ma insieme, data la vastità degli interessi del Nolano, anche le opere dei teologi e dei mistici cristiani, convinti che si dia la possibilità di cogliere «meglio un aspetto della spiritualità del filosofo nolano»8 sfuggito forse alla maggior parte degli interpreti.
Certo, si tratta di ipotizzare che «tutte le interpretazioni dei saggi [...] non sono mai oggettive al cento per cento»9 e di porsi comunque a svolgere un’impresa azzardata e fuori dell'ordinario, almeno per dei credenti - ovvero per degli appartenenti a quell’istituzione medesima che giudicò eretico Giordano Bruno consegnandolo in tal modo al tremendo rogo -. Ma insieme si tratta di superare finalmente «l’idiosincrasia nei confronti delle opere bruniane in modo da offrire nuove valutazioni critiche fatte da una prospettiva che, per essere stata quella che orientò almeno i primi anni di formazione religiosa di Bruno, potrebbe aver lasciato delle tracce nel suo animo, tracce che a distanza di anni potrebbero essere riemerse al livello della sua coscienza»10. Operando «aperture forse impensabili fino a meno di mezzo secolo fa», occorre in qualche modo simpatizzare con la formazione religiosa di base del Nolano (formazione cristiana e domenicana, assimilata lungo l'arco di un decennio), fino a generare, in tal modo delle «condizioni più favorevoli», sul piano ermeneutico, e così ritrovare antiche tracce religiose del resto «l'anima domenicana di Bruno non si è spenta con la dismissione dell'abito».

 

 

 

Giustiniani old style