Se avete feedback su come possiamo rendere il nostro sito più consono per favore contattaci e ci piacerebbe sentire da voi. 
- Libertà religiosa e diritti umani nella società multiculturale: E il mondo si accorse che Dio non era morto, di PAOLO BECCHI. Università di Genova pubblicato da L'Osservatore Romano - 4 febbraio 2011 - reperibile qui 

Sì, come scrive Becchi sulle autorevoli colonne dell’Osservatore romano, il ritorno della religione nel vecchio Occidente e nella vecchia Europa è un dato di fatto, anche dal punto di vista sociologico. Diversi studiosi, ormai da qualche decennio, avevano scritto di de-secolarizzazione (fenomeno inverso alla secolarizzazione e al secolarismo, per i quali Dio sparirebbe dall’orizzonte di riferimento di certi gruppi umani, parallelamente al sorgere della modernità), o addirittura di ritorno del “sacro” in Occidente. In verità, la storia delle religioni, la fenomenologia delle religioni e la stessa filosofia della religione avevano ormai provato che il sacro è di per sé intramontabile: il senso del divino, del fascinoso, del numinoso, del terribile, dell’onnipotente… pervade tutte le culture e, tutt’al più, si può parlare di temporanea eclisse, mai di vera fine, del sacro e neppure di un suo tramonto (il tramonto, tutt’al più, si può accettare soltanto se è un tramonto in vista di una nuova alba).
Becchi, tuttavia, che è un fine studioso di filosofia del diritto e di bioetica, segnala il ri-apparire della religione, e in particolare del cristianesimo, dal lato della tecnoscienza, cioè da quell’ambito in cui la scienza è sempre più tecnica fin nella formulazione selle sue ipotesi di ricerca e, a sua volta, la tecnica è sempre più scienza fin dal momento della strumentazione a supporto di una verifica empirica di una certa legge scientifica (come vediamo nella biomedicina, nella genetica e nell’omica e in tutti quei campi che sono stati da Rifkin coloritamente etichettati come secolo biotech). Anzi, c’è qualcosa in più: in una tecnoscienza che sembra giustificare per principio qualsiasi ricerca a qualsiasi costo, come se non vi fosse alcun dovere di giustificazione di senso prim’ancora dì imbarcarsi in questo o quel settore della ricerca, la religione si ripropone con la sua “carica di senso”, anzi come possibile antidoto ai rischi di nichilismo e di indifferentismo ad oltranza che sembra qualificare certe società della rete globale e della globalizzazione di tutto, a partire dall’economia e dalla finanza.
Ci viene ricordato da Becchi che tutto questo può incidere non soltanto in vista di una riconfigurazione dei rapporti tra fede e sapere, ma anche di quelli tra fede e politica. In tal senso, la chiesa, soprattutto con la sua carica escatologica, potrebbe diventare la terapia, né medica né psichiatrica o psicologica, ma sociale e perfino politica, in un mondo in cui la diffusione della cultura islamica in paesi tradizionalmente giudaici e cristiani provoca un ripensamento complessivo del cristianesimo e del suo modo di porsi nel dibattito pubblico.
Solo che, ed ecco la tesi di Becchi, bisognerebbe anche superare le due soluzioni finora percorse, che ora enfatizzano il ruolo di una confessione nello Stato laico, ora cercano di trovare in una carta costituzionale il punto di riferimento valoriale assoluto. Becchi crede che si debba andare più a fondo, trovando una sorta di principio generalissimo che tutto accomuni. Lo ravvisa nel principium dignitatis, il quale da un lato consente di conservare l'eredità più profonda della nostra civiltà giudaico-cristiana (come hanno mostrati i tantissimi personalismi del secolo XX) e, dall’altro di superare le ponderazioni e bilanciamenti a cui è soggetta la teoria dei diritti naturali.
Pienamente d’accordo su questo, a condizione, però, che si ricordi che un de dignitate hominis fu già la soluzione provata della modernità umanistica che, forse, è alla base della stessa odierna degenerazione lamentata. In questo senso, la stessa Spe salvi di Benedetto XVI – come abbiamo sostenuto nel volume Teologia e modernità, Edizioni Verbum Ferens-Facoltà teologica san Tommaso, Napoli 2010) –invita opportunamente a procedere piuttosto ad una autocritica cristiana del moderno.
 


- Articolo di Gian Enrico Rusconi pubblicato su la Stampa, 28 dicembre 2010 reperibile qui 

Nel periodo natalizio del 2010, Gian Enrico Rusconi, su la Stampa, non ha perso l’occasione per dire la sua a proposito di eventuale collasso del berlusconismo o, più precisamente, di progressiva disarticolazione dei pezzi della classe politica generata da Berlusconi e del correlativo spessore acquisito frattanto da Casini, che si presenterebbe come il politico in grado di “mettere al sicuro ‘il pacchetto cattolico’ da un`ipotetica ripresa laica”.
Il tutto ha un presupposto implicito assai discutibile, su cui interessa riflettere qui ulteriormente: in questi alti e bassi politici, la gerarchia ecclesiastica starebbe, tra le quinte, costruendo una sua “lobby dei valori” senza, però, la capacità di supportare teologicamente quest’operazione socio-politica. Questo, in estrema sintesi, il ragionamento di Rusconi: la religione in Italia, così come attualmente gestita dalla gerarchia, sarebbe “una religione de-teologizzata”, più attenta a riverberi mistico-ascetici del credere che ai concetti “forti” di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale… In tal modo, quello che dovrebbe essere il nerbo, anzi il fondamento di ogni discorso morale e socio-politico cristiano, diviene soltanto lo sfondo, il supporto narrativo e illustrativo, al servizio del vero obiettivo, che sarebbe quello di un preciso “guadagno” valoriale, relativo alla «vita», alla «famiglia naturale» ed ai problemi bioetici. Anche il segno del crocifisso, nella logica criticata da Rusconi, diverrebbe un’arma “impropria”, magari usata come spauracchio per ottenere ricadute, e “guadagni”, in ambito legislativo (il quale, invece, dovrebbe restare rigorosamente “laico”).
Poiché Rusconi riconosce a tutti almeno la possibilità d’intervento nello «spazio pubblico», “che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo”, chiederei di valutare anche le considerazioni che seguono.
In primo luogo, auspicherei l’ampliamento ai laici credenti (e non soltanto alla gerarchia) di un ruolo tipico da svolgere all’interno dello spazio pubblico: uno dei nerbi della teologia cattolica sta appunto nel non identificare il cristianesimo con la sola gerarchia ecclesiastica. Certo, nel sistema egemone e centralistico di relazioni concordatarie tra Stato “laico” e confessioni religiose operanti sul territorio nazionale, al primo posto non viene ancora collocata, come sarebbe auspicabile, la tutela delle libertà individuali e collettive in materia religiosa. La strada potrebbe essere appunto quella del superamento di uno Stato laico e sostanzialmente arbitro di stabilire quali formazioni sociali siano qualificabili come confessioni religiose, cioè accoglibili nell’empireo delle organizzazioni che possono dire la loro nello spazio pubblico. Ogni credente, di qualsiasi denominazione religiosa, deve poter liberamente con-costruire il bene comune sociale e politico, anche alla luce delle proprie forti visioni religiose del mondo.
In secondo luogo, il vero obiettivo delle insistenze degli intellettuali cattolici e della gerarchia su vita, famiglia e problematiche bioetiche non sembra tanto quello di far svaporare lo “zoccolo duro” teologico nelle sabbie mobili di un risultato esclusivamente valoriale, ma esattamente l’inverso. Soltanto sul fondamento di un “evangelo” della vita (come si esprimeva Giovanni Paolo II), infatti, è possibile ispirare delle scelte etiche di un certo tipo.
Infine, si fa per dire, è papa Benedetto XVI a insistere particolarmente sui valori “non negoziabili”, che egli ha pure elencato in un suo discorso: «valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori» (Discorso ai membri del Movimento per la vita italiano, 12 maggio 2008)). Questi valori, con chiari riferimenti teologico-sistematici, possono essere, nel dibattito pubblico, gestiti tuttavia in maniera laica, e non necessariamente clericale. Ci sono, del resto, intellettuali laici, come N. Bobbio, i quali distinguevano tra fede poggiata su una rivelazione dall’alto, inevitabilmente dogmatica, e ragione laica nel senso di storica e razionale, soggetta a continua critica e soprattutto argomentata criticamente rispetto alla sfera emotiva e passionale che caratterizza la nostra stagione politica.

 

ultima modifica: 04/04/2015  
redattore@pasqualegiustiniani.it

®riproduzione riservata, contatta il redattore

  Site Map